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L'ho vista per la prima volta nel 1957.
Era matricola a Lettere ed aveva subito trovato l'Istituto di Psicologia, anche se all'epoca eravamo relegati in un unico stanzone al quarto piano della Cà Granda, nell'ala secentesca.
Si affacciò alla porta un volto simpatico incorniciato da lunghe trecce nere. La trepidante ammirazione per quel luogo di misteriosa scienza che trovai nei suoi occhi scuri mi fece per un momento considerare quasi belli gli scaffali traballanti e le sedie spaiate che costituivano al momento tutta la nostra dotazione.
Approfittai di questo entusiasmo per utilizzarla subito come cavia in alcuni esperimenti sulla percezione visiva che stavamo allora conducendo. Così cominciai a conoscere questa intelligente ed acuta persona che, all'interno di una toccante gentilezza ed affettività, si abbandonava ogni tanto ad atteggiamenti altamente polemici.
Mi considerava un bieco conservatore, ma spesso me la trovavo davanti per espormi, con gran desiderio di consigli, questo o quel problema. Negli anni caldi della contestazione era sempre in prima fila; cosa che mi fu utilissima un giorno quando, uscendo dal palazzo della Rai, fui circondato da un gruppo fitto di bastoni e di drappi rossi che mi aveva evidentemente scambiato per un funzionario da ridimensionare. Dall'alto si udì una voce squillante che diceva con molta autorità: “Lasciatelo passare, garantisco io, è una brava persona”. Era lei che ritta sul tetto di una vettura mi sorrideva complice.
Nel 1971 fui correlatore alla sua tesi di specialità in Psicologia e mai un 70/70 e lode fu tanto meritato. Scomparve poi all'Università delle Calabrie.
Venne a trovarmi nel 1979. Si era sposata, il matrimonio era finito male, era comparso un nuovo amore ed era nato Matteo.