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“Adesso percepisco meglio ciò che mi ha condotto lungo questa passeggiata incerta, ignara di ogni linea retta e in cui ho citato testi, libri di filosofi, scrittori, pittori, come se fossero miei pazienti o io il loro. Non come succede a tutti, credo, per chiamarli alla riscossa ma, salvo contraddirmi cammin facendo, per mantenermi in più luoghi eterogenei, capaci di produrre effetti differenti, anche antagonisti.
Se ho un rimpianto è quello di non essermi spostato in altri luoghi ancora”.
Questo passaggio, che si trova in “Perdere di vista”, un articolo pubblicato nel 1987 nella “Nouvelle Revue de Psychanalyse” e che dà il titolo alla presente raccolta, potrebbe esserne il “Leitmotiv” (se ne è rintracciabile uno). Raccolta caratterizzata dunque da una mancanza di limiti, ciò che ne costituisce al tempo stesso il limite. Del resto l'unico tentativo di tracciare un filo in questo materiale eterogeneo, l'Autore lo fa raccogliendo gli articoli (tutti già prepubblicati) in tre gruppi. Parte prima “Trovarsi o perdersi nel negativo”; parte seconda “Liberarsi dalla credenza”; parte terza “Allontanarsi dal visibile”.
Mi viene da pensare che il tentativo — o la necessità — di rintracciare e/o di indicare un simile percorso possa essere stata la principale motivazione dell'Autore a pubblicare nel 1988 questa raccolta. Forse l'essenza di un tale percorso potrebbe essere sintetizzata nella connotazione che Erikson dà della psicoanalisi come “countervision in perpetuity”.
Nel negativo ci si può perdere o trovare: questa seconda possibilità passa spesso per la geniale intuizione freudiana della Verneinung. D'altra parte la Bejahung cui si può così pervenire non deve