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Che cosa può mai importare, ad uno psicoanalista, del girovagare tra le avanguardie artistiche del 900 che è The Innocent Eye (di cui questa traduzione italiana offre una antologia)?
Forse un suggerimento lo troviamo nella post-fazione, dove Shattuck si chiede se è proprio vero che siamo costretti a trascorrere tutta la vita in una prigione di codici e convenzioni (la lingua, le forme del vedere ecc.) cui non sfuggirebbe la minima particella della nostra esperienza. La “visione armata” è davvero l'unica possibile? Certo, come ricorda A. Pizzorusso nella bella introduzione, L. Wittgenstein osservava che l'occhio “non sembra lasciar entrare qualcosa, ma mandar fuori qualcosa… Se guardi l'occhio vedi qualcosa che esce… vedi lo sguardo dell'occhio”. Ed E. Gombrich ha efficacemente mostrato come l'occhio innocente (l'espressione è di Ruskin) sia un mito. Sarà anche così, obietta Shattuck, che ha forti dubbi che questa non sia che “una mezza verità filosofica” (e si spera bene, del resto, che nessuno prenda questo libro come un testo filosofico); ma, se mito è, comunque di un mito efficace si tratta, una finzione utile; certo non sarà possibile recuperare una “visione pura”, “quell'innocenza anteriore a tutte le teorie, quando l'arte non aveva bisogno di giustificarsi”, di cui parla Susan Sontang, né liberare davvero la visione delle cose e delle loro rappresentazioni dagli schemi e dalle categorie mentali entro cui prendono forma; questo mitico traguardo del candore, poi, è sicuramente anche una ben curiosa faccenda, visto che ne parlano di solito letterati raffinatissimi, come Baudelaire con la sua “naïveté”; ma tutto ciò non toglie che perseguendo questo