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Se ha un senso l'analogia tra la dinamica dei sistemi culturali e quella della mente, quest'ultimo formidabile libro del grande semiologo russo J. Lotman ha davvero molto cose da dire anche a noi. O per lo meno a coloro di noi che ritengono che il nostro lavoro abbia a che fare con storie di vita che sono dei particolari testi o delle narrazioni; non solo banalmente perché vengono narrate, ma perché si sono istituite già all'origine, dall'interno, come tali (e come tali hanno ampiamente continuato a riorganizzarsi aprés coup); e che ritengono che il nostro compito sia di creare le condizioni di riapertura delle narrazioni istituite, di accesso alla pensabilità di altre possibilità di senso, di altre storie. Il tema centrale di questo libro è in effetti, quello di come i sistemi culturali allarghino l'orizzonte della dicibilità. Si tratta di un discorso ricchissimo, che non cercherò neppure di riassumere; ma che comunque, come ha scritto Cesare Segre recensendo questo libro, non celebra certo i fasti e il potere omnicomprensivo della lingua, ma si occupa proprio dell'interfaccia tra il sistema istituito della lingua e della cultura e ciò che non è dicibile o non è stato ancora detto. Due sono, per Lotman, i poli tra cui può essere pensato, nei sistemi culturali, il rapporto tra la dimensione del già significato e di ciò che, ai suoi confini, è in attesa di senso: la progressiva assimilazione e l'esplosione. Le esplosioni e i modi di ricomposizione sono ampiamente imprevedibili (Prevedibilità ed imprevedibilità è il sottotitolo del libro): ma quello che accade è che, a conti fatti, quando esaminiamo retroattivamente ciò che ne è derivato (il nuovo testo), esso tende ad apparirci necessario. È l'illusione deterministica, che scambia la ricostruzione di senso per nessi causali; il punto di vista del presente proietta sul passato una causalità che prima non esisteva. Come accade, scrive Segre, quando giudichiamo la trama di un romanzo partendo dalla conclusione; cancelli