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L'auspicato incontro tra la redazione e i “lettori” della Rivista di psicoanalisi, che Alberto Semi ha oggi realizzato, aveva nelle mie intenzioni uno scopo soprattutto pratico. Non si trattava di esaminare il posto della scrittura della psicoanalisi nella vita emotiva e nel fantasma dello psicoanalista, magari scomodando Derrida: e nemmeno di discutere e formulare uno standard di scientificità del lavoro di psicoanalisi, facendo appello a qualche aggiornata tesi epistemologica. Mi interessava invece che si parlasse tra gli interessati della nostra esperienza di “lettori”, che hanno accettato e svolgono questo incarico anonimo e destinato a essere conosciuto solo da pochi; un compito da svolgere sopra un testo il cui autore è esso pure anonimo. Quando parlerò del “lettore”, è a questa figura istituita che mi voglio riferire, e non a quel lettore immaginario che è il destinatario del testo o a un qualsiasi lettore in carne ed ossa. È a questa specifica esperienza di lettore, impegnato a riferire un parere, e che ha mansioni insieme precise e poco determinate, che vorrei partire. Ciò dovrebbe dare a tutto il discorso un orientamento concreto. Lo scopo dell'insieme dovrebbe essere migliorativo. Ma