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In Identità e cambiamento (1975) L. e R. Grinberg notano che:
“Freud usò il termine identità una sola volta in tutta la sua opera, e lo fece incidentalmente e con una connotazione psicosociale, in un discorso in cui cercava di spiegare i suoi rapporti col giudaismo: in quella occasione parlò di… una chiara coscienza di una identità interiore, non basata su una razza o una religione, ma su un atteggiamento comune di un gruppo a vivere all'opposizione e a mantenersi libero da pregiudizi”.
Identità dunque come rapporto tra individuo e gruppo da cui origina, tale da contenere e proteggere la sua individualità e singolarità, accanto e insieme a quella di tutti gli altri. Essere nel gruppo rimanendo pienamente individuo, separato e mentalmente differenziato, nel gruppo che, nei termini di Bion, è gruppo di lavoro, piuttosto che nel gruppo per assunti di base, maggioritario e nutrito di pregiudizi. Rapporto tra individuo e gruppo che nella carta d'identità è indicato da nome e cognome, mentre l'unicità ed esclusività dell'individuo, insidiata da possibile omonimia, viene via via approssimata