You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
In un articolo difficile (soprattutto di linguaggio) Hagglund (1981), puntualizza, da un punto di vista psicoanalitico, i motivi per cui la morte fa tanta paura e suscita tante angosce. Egli specifica che si tratta di un evento che implica un processo di “depressione totale” (in senso Kleiniano), poiché comprende la perdita degli oggetti interni, quella del proprio corpo e delle proprie capacità mentali, quindi del sé: l'annichilimento totale. È dunque l'evento terrifico che riguarda ciascuno di noi - e che richiede una processuale elaborazione. Vi è quindi il rifiuto psicologico ad occuparsi “di morte”. Pochi infatti sono gli scritti sulla morte tra i medici, anche tra gli psicoanalisti. Mi risulta che tra noi solo il Dott. Hautmann (1988) abbia seguito due pazienti sino alla fine della loro vita. e Barale (1982) si sono occupati dell'argomento, ma senza un riscontro clinico. In passato l'umanità ha dato sempre importanza all'assistenza emotiva del morente e al non lasciarlo solo. La morte per malattia fino a un secolo fa era più accettabile per la sua frequenza ed era quindi considerata come è, cioè uno degli accadimenti naturali, al quale, morente e congiunti, erano preparati. Le recenti conquiste in campo medico, hanno fatto pensare però ad una sconfitta molto significativa se non totale delle malattie mortali, mentre d'altro canto le acquisizioni del progresso in senso generale hanno portato all'efficentismo,