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I criteri in base ai quali stabiliamo che l'analisi è giunta nella sua fase conclusiva e le modalità con cui la terminiamo sono intimamente legati agli orientamenti teorici e risentono dei profondi cambiamenti che le teorie psicanalitiche hanno subito da quando Freud scrisse “Analisi terminabile e interminabile”, soprattutto per gli apporti della Klein, Winnicott e Bion, relativi allo studio delle difese più primitive con le conseguenti trasformazioni della concezione della relazione paziente-analista.
La letteratura sulla fine dell'analisi non è molto ricca ed è diventata ancora più scarsa in questi ultimi decenni, forse anche perché gli analisti hanno seguito l'esortazione di Freud: “…[gli analisti] farebbero meglio a domandarsi quali ostacoli si frappongono alla guarigione” e si sono più orientati ad interessarsi degli aspetti patologici che rendono le analisi interminabili, le fanno terminare prematuramente o favoriscono le interruzioni. Oggi, abbiamo molti strumenti in più per affrontare le parti psicotiche, i nuclei autistici, gli aspetti narcisistici che ostacolano i processi integrativi, l'elaborazione del lutto e la riparazione, fattori fondamentali della fase conclusiva. Quest'ultima si è pertanto in gran parte liberata da fenomeni che appartengono