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Sarà il caso che precisi immediatamente che il titolo non intende rinviare in modo esclusivo ai luoghi fisici in cui lo psicoanalista lavora senza far uso del divano. Vuole invece provare ad indicare un campo d'esplorazione vasto e dai confini incerti che comprende comunque i modi ed i luoghi in cui riteniamo si traduca l'identità della Psicoanalisi e quella di noi psicoanalisti quando non ci troviamo nelle condizioni descritte da un lettino, su cui giace il paziente, e una poltrona posta di scorcio rispetto a questo. Se è vero infatti che con frequenza sempre maggiore molti di noi si trovano impegnati a tradurre la propria identità di psicoanalisti in contesti diversi e in attività variegate che possiamo provare a definire comunemente come extra-moenia (lavoro terapeutico nelle istituzioni, insegnamento universitario, attività formative di diversa dizione, etc…); è anche vero che tale condizione, che definirei ectopica (1), finisce per potersi estendere a tutti gli psicoanalisti, se solo si porge attenzione alle questioni che si riferiscono all'assetto del primo colloquio, alla descrizione dei casi e all'utilizzo del materiale clinico nei lavori scientifici, all'insegnamento della psicoanalisi, alle supervisioni …; o, ancora, quando utilizziamo la psicoanalisi come strumento per la comprensione o la problematizzazione di aspetti significativi del vivere collettivo e della cultura contemporanea.
I campi di estensione della nostra riflessione potranno contenere questioni ritenute classiche, come quelle che riguardano il setting: duale o di gruppo; sul lettino o vis a vis; con pazienti nevrotici o psicotici, con adulti, bambini o adolescenti …; ovvero la verifica del modo, la validazione interdisciplinare (biologica, neurofisiologica,…) delle ipotesi relative al funzionamento della mente; ed ancora i rapporti tra la cura psicoanalitica e la cura medica, psicologica, psichiatrica …
D'altra parte è sempre più diffusamente avvertita l'esigenza di sottrarre la psicoanalisi