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In questo volume, pregevole per chiarezza e concisione, viene indagata quella reazione di stanchezza egodistonica e penosa che s'impossessa dell'analista al contatto con determinati pazienti. L'autore si accosta al fenomeno del sonno esplorandolo da diverse angolature e si chiede quanto incidano il paziente, l'analista o la situazione analitica. Ampio spazio viene riservato al confronto con la letteratura di altre discipline. Le diverse posizioni teoriche mettono in luce che il fenomeno si manifesta più frequentemente nell'analisi dei pazienti che instaurano relazioni oggettuali arcaiche e ricorrono in maniera massiccia all'identificazione proiettiva e al meccanismo della scissione. L'autore evidenzia alcune specifiche reazioni dell'analista a questi meccanismi di difesa e tra queste, ad esempio, quella di albergare al proprio interno il “Sé orale” scisso del paziente, con la conseguente disposizione a consegnarsi e ad abbandonarsi al sonno. Nel paziente agirebbe inoltre la tendenza a riproporre in analisi uno scenario infantile, che ripristina nel transfert una relazione oggettuale con un oggetto dormiente, irraggiungibile e frustrante. Tale tendenza costringerebbe l'analista a sperimentare su di sé un'analoga frustrazione e ciò lo indurrebbe a dormire. Per ragione di brevità mi limito soltanto ad accennare al ricco materiale clinico che viene discusso e che apre molteplici interrogativi sulla complessità del fenomeno sonno, complessità che consente di paragonarlo al silenzio in analisi. La parte più originale del lavoro, a mio avviso, risiede nel fatto che Zwiebel afferma che non si può ricondurre e ridurre la sonnolenza dell'analista ad una mera risposta all'attività proiettiva del paziente: è sempre e comunque una reazione specifica di quel determinato analista. Questa posizione è ancorata saldamente nel campo della psicologia bipersonale di Balint, alla quale il testo fa spesso riferimento. Dal canto suo, Zwiebel ci propone alcuni stralci della sua indagine aut