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Nel teatro antico, la scena era il luogo, dietro le quinte, nascosto e inaccessibile allo spettatore, dove gli attori mutavano maschere, ruoli, identità, sesso. Benché sembri oggi un po' addomesticata, la “scena primaria” sollecita diversi interrogativi: in che modo riesce a figurarsi l'irrapresentabile delle nostre origini, della nostra concezione? La “scena primaria” non è un'invenzione che può trovare la sua attualità solo nel transfert, che non è messinscena ma messa in atto? E nel riferimento al more ferarum, non vi è un riferimento all'animalità umana, alla violenza senza pensiero che il sessuale umano indovina essere il suo terrificante punto di origine e il suo abisso?
Robert Pujol (“La scène primitive: a revoir”) ripercorre la scena primaria ne L'uomo dei lupi e Danielle Margueritat (“Quand Freud écoute aux portes…”) la “scena originaria” della psicoanalisi e la questione della filiazione analitica, l'uno e l'altra soffermandosi sulla questione centrale dei nomi. In “Les fantasmes orìginaires et leurs mythes correspondants” Guy Rosolato ricerca le analogie fra fantasmi originari e miti delle religioni monoteiste, mentre Joyce McDougall (“Scènes de la vie primitive”) sottolinea come l'impossibilità di pensare la relazione fra i genitori fa si che la scena primaria si inscriva nell'immagine del corpo e più ancora nel funzionamento del soma.