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Quando penso di comunicare la mia esperienza la domanda che mi pongo è che cosa posso dire che non sia già stato detto da qualcun altro in qualche altro posto, senza che forse ne sia al corrente. Ho sempre pensato che una accurata e critica messa a punto dei più recenti dati bibliografici ha il merito di fornire una traccia per chi voglia poi approfondire l'argomento. Questa volta vorrei provare a prescindere occasionalmente dal “chi l'ha detto dove e quando”, e partire dal presupposto che tutto ciò che noi apprendiamo durante il lungo iter della nostra formazione in qualche modo finisce col coniugarsi con il terreno costituzionale e il nostro mondo interno, per dar luogo a quel peculiare modo di esistere, di sentire e di lavorare che pur avendo strutture portanti acquisite ed idonee, assume però anche una sua specificità irripetibile, altra rispetto a ciò che abbiamo appreso, che ci caratterizza. Questa specificità è il portato transizionale di una complessa interazione tra le nostre teorie: nozioni, che appartengono al mondo esterno (non me) e ciò che noi siamo nella nostra vita, quindi nella nostra interiorità (me), analogamente a ciò che fa sì che pur riscontrandosi