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Le esperienze di nuova psichiatria dell'ultimo ventennio hanno privilegiato, nella prima fase di deistituzionalizzazione, un approccio politico a problemi sociali sanitari e clinici complessi mentre, in opposizione ad esso, si diffondeva una concezione puramente psicologica della pratica clinica che si accostava ai compiti da un vertice prevalentemente intrapsichico in modo spesso teorico ed astratto rispetto ai contesti. Ambedue le posizioni si sono rivelate insufficienti per gli intrinseci limiti di idealismo e riduzionismo, il disturbo psichico è stato semplicisticamente ricondotto, in un caso, ai sintomi da istituzionalizzazione e da cronicità residuale, riducendo il compito alla pura gestione della follia, con una sottovalutazione della dimensione soggettiva e delle competenze necessarie alla sua comprensione. Nell'altro caso, al contrario, l'enfasi posta sulla psicoterapia, estrapolandone imitativamente le funzioni da contesti prevalentemente duali e privati, non ha tenuto conto di variabili che era invece necessario verificare (ad esempio la definizione del setting istituzionale, la ricerca sui fattori terapeutici o al contrario cronicizzanti delle istituzioni, il posto occupato dalle carenze ambientali nella patogenesi delle patologie gravi e i modelli di comprensione per fronteggiarle, il problema del rapporto fra le acquisizioni della psicoanalisi e la psichiatria, il problema di come intendere la formazione degli operatori, se a partire dalle esperienze o dalla conoscenza delle teorie ecc.). Il risultato è stata una progressiva caduta verso l'impasse, la sconcertante tendenza verso la degradazione dei compiti, la scoraggiarne riproduzione di dinamiche manicomiali. Le relazioni disturbate dei pazienti gravi con il loro ambiente si sono spesso riprodotte con violenza dentro il sistema nato proprio per fornire nuove e più sane occasioni di vita. I servizi psichiatrici, allora, oberati dal mandato istituzionale, dal compito di dover curare senza selezione dei