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Delle due parti in cui il libro è suddiviso, la seconda è senz'altro quella che può risultare più utile per il lettore che non ha una conoscenza di prima mano degli scritti di Masud Khan. Judy Cooper, una psicoterapeuta che è stata sua allieva, svolge con accuratezza, dettaglio e precisione il compito di esporre gli aspetti salienti dei contributi alla psicoanalisi di Khan, affidandosi ad ampi stralci tratti sia dalle sue pubblicazioni che dai “quaderni di lavoro” inediti, cui ha avuto la possibilità di accedere. Le concezioni di Khan sulla personalità schizoide, sulla perversione, sul ruolo cruciale del trauma e sulle conseguenze sul sé dei fallimenti ambientali, presentate nel 2° capitolo, costituiscono alcuni degli apporti più originali di questo autore alla teoria e alla clinica psicoanalitica. Il 3° capitolo è dedicato alla teoria della tecnica psicoanalitica da Khan ed al suo stile di lavorare nella pratica terapeutica: una prospettiva questa senza la quale risulterebbero meno comprensibili le sue acute ed illuminanti teorizzazioni. Infine l'ultimo capitolo, il 4°, è un tentativo di proporre una visione critica sia del contributo teorico che dell'approccio clinico e tecnico di questo autore. è stato una personalità geniale e controversa nel panorama della psicoanalisi inglese degli ultimi quarant'anni. L'autrice opportunamente correda il suo percorso espositivo attraverso la sua opera riportando interviste e testimonianze, sempre interessanti, di quei colleghi (per esempio King, Rycroft, Smirnoff e Stoller) che gli furono più intimi. Lo stesso valore di testimonianza ha la presentazione al libro di Rayner. Più difficile deve essere stato per la Cooper il compito di raccontare la vita di Masud Khan: “straniero in una terra straniera” è il titolo delle prime trenta pagine, che costituiscono il primo capitolo. A prescindere dalle informazioni strettamente biografiche, l'approccio seguito genera qualche perplessità per la tendenza, a tratti troppo disinvolta, a s