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Esiste una distruttività psichica e come si può apprezzarla in psicoanalisi? È possibile una “clinica del negativo”? Per Andre Green, che ormai da un trentennio si interroga su questo specifico problema seguendo modalità che sembrano rivestire per lui l'aspetto di una sorta di imperativo etico derivato direttamente dall'eredità freudiana, la risposta non può che essere affermativa. Freud ci ha lasciato un testamento ed un compito che forse potrebbero riassumersi in due brevi frasi: “È ormai certo: la psicoanalisi freudiana ha fallito” quindi: “Voi che verrete dopo di me dovrete occuparvi del negativo per sperare che, forse, un giorno essa possa funzionare”. Il riferimento a Freud (certo non nel senso del “ritorno” lacaniano, da Green considerato alla stregua di un “nonsense”) quale punto di origine e guida di tutta la riflessione, è una costante del pensiero dell'autore. Da un lato egli vede il negativo non come un processo né come ciò che si oppone al registro dell'affermazione, bensì come ciò che lo psicoanalista può apprezzare come causa assente, dedotta retroattivamente (nell'après-coup) a partire da un lavoro che rinvia ad una specifica realtà psichica, ricoperta e spostata nel contempo, la quale si da sempre sotto gli auspici della concretezza. Quanto poi a ciò che egli chiama “il lavoro del negativo”, seguendo la traccia di Lacan che per primo lo introdusse nel campo psicoanalitico derivandolo da Hegel, Green lo indica come l'insieme prospettico dei meccanismi negativi (ossia, ad esempio, verwerfung, verleugnung, e tutte le ver-freudiane ma anche l'identificazione) individuati e descritti da Freud nel suo spaziare dalla nevrosi come negativo della perversione sino al masochismo che sottende la reazione terapeutica negativa, del quale, è nutrito lo scetticismo degli ultimi anni. L'ambizione di Green sembra essere quella di consegnarci una convincente clinica del negativo, effetto di una delle componenti di una rimozione primaria assolutamente massiccia e radic