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Pensando con profonda nostalgia a Piero Leonardi, si sovrappongono nel mio ricordo una serie di immagini: una figura fiera, come l'evocava lo scrittore Giuseppe Berto in un suo romanzo “Il male oscuro” denominandolo come il giovane psichiatra dal maglione giallo, l'amico fidato, il medico sensibile ed intuitivo, il marito e padre affettuoso, lo psicoanalista perspicace e rigoroso.
Vorrei parlare, se ci riesco, al di fuori di ogni enfasi encomiastica, solo come di un caro compagno perduto. Mentre scrivevo queste note mi accorgevo di parlare contemporaneamente di un lungo percorso importante della mia vita. E buoni compagni eravamo diventati negli anni 60 quando la psichiatria universitaria milanese faceva i primi incerti passi. Vi era fra noi una diversità di età e di esperienze. Lui neolaureato con l'entusiasmo del neofita, io reduce da varie esperienze psichiatriche e con una iniziale esperienza psicoanalitica. Ma trovammo subito nel lavoro comune una stretta intesa che annullò fin dall'inizio ogni distanza.
Erano anni di lavoro in un clima teso. Ma queste difficoltà accentuarono la nostra solidarietà all'insegna di un comune interesse per la sofferenza mentale e per le possibilità aperte da una comprensione in chiave psicoanalitica. Un ulteriore elemento di vicinanza fu l'esperienza di un gruppo di discussione coordinato dal compianto