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Pur non essendo l'adolescenza il campo di cui specialmente mi occupo, anche se nella mia carriera ho visto e seguito diversi giovanissimi pazienti, mi ha molto interessato il libro di Clotilde Gislon “Adolescenza e discontinuità”; tanto chiaro esso mi è sembrato ed esauriente, laddove analizza il momento che si colloca come ponte creativo o conflittuale tra due diverse epoche della vita, a cui ritornare in fantasia o verso cui protendersi, seguendo l'inevitabile incalzare del tempo. E del tempo e del suo senso, di questa categoria che si impone al vissuto dell'adolescente con tutte le inevitabili problematiche che lo porteranno alla assunzione della piena responsabilità di se stesso, Gislon è acuta, originale, attenta lettrice. Spazio lungo o breve in cui avviene la necessaria riorganizzazione della propria identità, luogo della “dimenticanza” di ciò che si è stati, prima di diventare ciò che si attende di essere, momento di contestazione, di discontinuità nell'arco della vita. Concetto questo forte che, insieme a quello di continuità nel processo di sviluppo, si inserisce nella prospettiva evolutiva, alla base di uno schema generale che propone un modello in cui nelle singole tappe evolutive vengono considerate le forze interne ed esterne all'individuo e le transazioni che avvengono tra l'individuo e l'ambiente, secondo una linea che riconosce la continuità dell'esistere, ma anche la discontinuità rappresentata dagli eventi, dalle esperienze determinate dalla realtà attuale, dalle esperienze specifiche e tipiche della fase. Un panel coordinato dal prof. Sacerdoti nell'ambito di un Congresso Nazionale della S.P.I. anticipava l'importanza di queste dimensioni: un libro pubblicato oggi dal titolo “Adolescenza e discontinuità” sta forse a segnalare come le intuizioni importanti vivano poi per la loro stessa forza, corrano, si diffondano e diventino “proprietà emotiva comune” e fruibile: questo è ciò che conta e che fa sì che il nostro lavoro si arricchisca via via di