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Il titolo riassume l'ipotesi che sottende questo libro della Godfrind, della società belga di psicoanalisi, in cui è riversata un'esperienza consistente dì analista sia di adulti che di bambini: delineare il lavoro analitico come centrato sull'esistenza, in ogni relazione analista-analizzando, di due correnti transferali e quindi di un processo di simbolizzazione, in cui l'analista è al tempo stesso organizzatore delle premesse della simbolizzazione, supporto dell'alterità, portatore del terzo. Se il “transfert di base” — uno dei modi in cui la Godfrind chiama l'altra corrente transferale — è la “relazione desimbolizzata” con il quadro analitico e la presenza reale dell'analista, il lavoro analitico, su questo piano, deve dunque farsi carico di una funzione di simbolizzazione, che è il modello di ciò che si costruisce attraverso la mediazione dell'oggetto, dell'altro, e che corrisponde all'ampliamento del campo concettuale della metapsicologia allo statuto dell'oggetto. Così come è stato necessario del tempo a Freud per scoprire il transfert come strumento essenziale di accesso all'inconscio, ai suoi successori occorre la stessa latenza per accettare di assumere le implicazioni controtransferali di un atteggiamento tecnico che prenda in considerazione il ruolo di “oggetto esterno”, che l'analista svolge come vettore di un restauro del funzionamento psichico nel transfert di base, che comporta il sentirsi “messo in causa nella propria trama psichica” e l'esporsi a “momenti di desimbolizzazione”. È convinzione della Godfrind che, concettualizzando una strategia interpretativa articolata su una teorizzazione del funzionamento simbolico, sia possibile un lavoro rigorosamente analitico di questo livello del transfert.