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Il coinvolgimento affettivo dell'analista è ormai da tempo universalmente riconosciuto come una componente non solo inevitabile ma anche necessaria in ogni esperienza analitica. Il problema si è posto in realtà fin dagli albori della storia della psicoanalisi, a partire dalle ben note vicissitudini occorse a Breuer. Con il passare del tempo si è andata producendo una progressiva valorizzazione del “vissuto” dell'analista, considerato sempre più come l'indicatore e il rilevatore più appropriato a cogliere i complessi e fini movimenti psichici presenti nella “relazione analitica”. Non c'è oggi proposizione di scuola o orientamento soggettivo che non riconoscano, seppure con diversi accenti o sfumature, la centralità, la potenza euristica e l'efficacia trasformativa di questo fattore. Eppure, in questo complessivo unanimismo si possono individuare linee di tendenza solo apparentemente assimilabili o superficialmente congruenti. Da un lato infatti al riconoscimento del fenomeno ha fatto da contrappunto un complesso (e talvolta complicato) tentativo di approfondimento teorico che ne garantisse, per così dire a un livello secondo, una comprensione, dunque anche un inquadramento, un contenimento: comunque, infine, il recupero di una sorta di rinnovato momento di distanziamento e referenza oggettiva. Ma dall'altro, con modalità per lo più non chiaramente formalizzate e