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Fra i molti (troppi?) libri di psicoanalisi che escono annualmente, questo di Flournoy è fra quelli da salvare. Ciò anche se non è esente da quella “anxiety of influence” di cui parla Harold Bloom a proposito degli scrittori che hanno il problema di produrre qualche cosa di assolutamente originale.
In questo caso l'originalità passa attraverso una psicoanalisi della psicoanalisi, cui viene applicata - per dirla con Erikson - una sorta di “counter vision in perpetuity”.
Fin dalle prime pagine, nel capitolo “Les misères de la psychanalyse”, dopo aver ricordato come l'autoanalisi di Freud non comportasse un secondo personaggio per creare la relazione intersoggettiva e che, quindi, Freud abbia fatto opera di psicologo appoggiandosi sull'autosservazione, l'introflessione, la riflessione e la scrittura, Flournoy soggiunge: “Si comprende allora meglio perché il suo famoso capitolo settimo (della Traumdeutung) concerne la metapsicologia e perché non ci sia stato nessuno psicoanalista che abbia parlato di metapsicoanalisi. Ma si comprende male perché più tardi - a mia conoscenza - né lui né altri, nessuno, sembri averci pensato prima di me.”
Continuando nelle “countervisions”, Flournoy ci dice che il sogno è manifestazione di vita in un contesto (il sonno) di morte: si tratta del desiderio di vivere secondo il complesso di Edipo, di vivere secondo il parricidio e l'incesto malgrado la minaccia di castrazione, il che necessita tutto questo lavoro di dissimulazione.
Ma anche questa ultima considerazione - apprendiamo poi - va ridimensionata, nella sua validità, alla situazione psicoanalitica, e non ha una validità psicologica generale. Già nel 1986 Flournoy trovava seducente rovesciare la tesi secondo cui il complesso di Edipo preesiste alla cura: si può così immaginare meglio una possibile fine dell'analisi in quanto appunto l'Edipo esisterebbe grazie all'analista che l'introduce (seduzione) nell'esperienza della cura.