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Per chi volesse saperne di più su questo il vecchio libro di Lecaldano, tuttora non impossibile da trovare, funziona come un ottimo manuale (ma si arresta al 1965, alle soglie della molto autorevole filosofia di R. Hare). Vi si racconta l'evoluzione di una domanda posta sul significato delle parole morali: dall'originario intuizionismo di Moore (1903: esse denotano una qualità speciale delle cose), al riconoscimento della natura non-fattuale (non descrittiva) del linguaggio etico (Wittgenstein), per arrivare a chiedersi direttamente (come i filosofi linguisti a partire dagli anni ‘50) che cosa fanno le persone quando
usano termini come buono e giusto. È un discorso bello in sé da seguire, per una posizione di metodo di inusuale coerenza, tenacemente mantenuta quasi attraverso un secolo. (Una tale qualità del contesto culturale quanto avrà favorito la stessa psicoanalisi inglese?). Tutti questi filosofi non si ritengono impegnati a stabilire una tavola di valori od un elenco di obblighi, ma solo a chiarire la natura ed il funzionamento delle nozioni morali (meta-etica). L'indagine sul significato di “buono” e “dovere” ha avuto conseguenze di vasta portata sulla teoria stessa del significato. Se le parole trovano il loro significato nel riferimento a fatti del mondo (è questo il caso della scienza), si scopre presto che le parole del linguaggio morale non possiedono tale qualità: esse sono dunque prive di significato. Per i termini morali, che non hanno significato referenziale, sono piuttosto come interiezioni, esprimono uno stato d'animo di chi parla e ne stimolano uno in chi ascolta. Questi termini neanche partecipano veramente di un linguaggio, ma sono piuttosto simili ad eiaculazioni emotive. Un paio d'anni di “hysterical fury” (Warnock) seguì a questo provocatorio emotivismo radicale; lo stesso Money Kyrie, quando offre