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Anche il presupposto platonico, indubitabile per Money-Kyrle, diventa molto problematico in questo libro che propone anzi un suo “paradosso antisocratico” su quanto “un'abilità pratica possa venire distrutta dalla riflessione” (p. 203).È un libro che richiede non una ma molte letture, la più impegnativa delle quali riguarderebbe il serrato confronto critico con il prescrittivismo di Hare, ultimo e più ambizioso rappresentante della filosofia linguistica inglese (per questo il titolo insiste sui “limiti”). Un'altra, più modesta, riguarda le possibili ingenuità di una prospettiva cognitivistica sull'etica, magari sollecitata dal paradigma dominante in psicologia. “La conoscenza etica, ammesso che esista, non è necessariamente lo stato etico migliore” (p. 204), perché “.… l'interrogativo fondamentale (della vita etica individuale) è quello di come vivere e di che cosa fare” (p. 207), e “non c'è fede nella conoscenza certa capace di generare la convinzione etica” (p. 205) che fa vivere bene. Taluni pensano allora che la convinzione nasca da una decisione (Sartre, in una certa fase dell'esistenzialismo), ma “trascurano