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Raccolta di saggi piuttosto specialistici e di ardua lettura, preceduti da un'opportuna introduzione di S. Veca. Nella seconda parte del libro si trovano quelli di maggiore interesse. Che cosa significhi avere una credenza, il suo stretto legame con progetti ed azioni, è sottilmente discusso in
Decidere di credere : “la sua più diretta espressione è un'asserzione” (p. 171), ma non per questo la credenza si identifica con uno stato puramente conoscitivo. La natura stessa del conflitto morale sfugge alle teorie che “proiettano sul terre no della moralità una struttura appropriata al conflitto fra credenze: quello per la quale il conflitto è assolutamente accidentale e risolverlo vuoi dire sbarazzarsi di una prospettiva sbagliata” (Coerenza etica, , pag. 213). Sarà poi vero, come sostengono Weiss e Sampson, che il paziente viene in analisi per sbarazzarsi delle sue credenze patogene? Un tale approccio, secondo Williams, sarebbe parte integrante di ogni considerazione puramente cognitiva del problema, com'è appunto quella dei ricercatori di San Francisco. L'idea che invece viene qui difesa (ed è una ripresa per noi interessante dell'emotivismo) è che “l'unità del comportamento di un individuo, il modello in cui rientrano i suoi giudizi e le sue azioni, va(da)no intesi nei termini di una struttura emozionale di fondo, e che comprendere tale struttura può essere essenziale” (Moralità ed emozioni (, pag. 269). L'eroe filosofico di questi saggi, scrive Veca, è probabilmente Hume; ed il volume si conclude privilegiando sul “Salto kantiano dal particolare all'universale…il passo humiano…dall'io all'altro”.