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Da più di un anno a questa parte, mi sono trovata in un certo qual modo costretta a pensare al tema che qui propongo: tre mie pazienti hanno riportato sogni d'esame: A., nel volgere di qualche mese, una sequenza di sei sogni con progressive variazioni; B. racconta di aver ripetuto il sogno, sempre con qualche cambiamento, durante l'ultima settimana di una vacanza; C. riporta un unico sogno d'esame; già alcuni anni fa mi ero imbattuta in un filone di sogni di questo tipo con un paziente di cui ho parlato in un precedente lavoro .
La ripetizione aveva per me dell'inquietante e chiedeva di essere pensata. Sentivo di dovermi chiedere se il mio stile di lavoro — intendendo con ciò la mia modalità relazionale di strutturare il pensiero, non inducesse nei pazienti una risposta tipica, forzando la loro libertà espressiva. “Ogni sognatore ha il suo stile preferito riguardo al linguaggio onirico e tale stile è spesso rivelatore della personalità”, così afferma Hanna Segal (1991, 13), ma in questo caso mi sembrerebbe naturale riformulare la proposizione all'interno della relazione analitica, piuttosto che limitatamente al sognatore.
Ovviamente è la consapevolezza di trovarmi in buona compagnia — i sogni d'esame godono di una bibliografia nutrita — che mi rassicura trattarsi di una follia condivisa quantomeno da alcuni e che mi fa sperare di poter spartire con altri questo mio interesse.