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Avevamo partecipato a un seminario clinico sulle patologie gravi che si è tenuto per qualche anno al Centro Milanese di Psicoanalisi (conduttrici Mina Arrigoni Scortecci e Luisa Borghi). Nel gruppo l'atmosfera era molto simpatica, l'atteggiamento fra colleghi non era mai giudicante, ma di reciproco aiuto e sostegno. I casi presentati erano, anzi “dovevano” essere, casi difficili, che presentavano problemi complessi di gestione del paziente, della famiglia, dell'ambiente istituzionale. Il setting non era quasi mai quello della psicoanalisi — diciamo così — classica, si può dire che non doveva neanche esserlo. Il clima era quello della barricata e della trincea, di un lavoro quasi eroico di prima linea. Del resto prudentemente il seminario si intitolava “Psicoterapia psicoanalitica delle psicosi”.
Quando il gruppo si è sciolto, un po' per non perderci di vista e un po' per non perdere l'atmosfera di libertà — di pensiero e di azione — che avevamo respirato, abbiamo deciso di continuare a incontrarci, per riflettere questa volta sul tema del setting; ma non nelle patologie più estreme, quanto nel trattamento dei nostri pazienti più in generale, anche di quelli che non presentano problemi definibili come psicotici.