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La prima notazione che desidero fare su questo libro, che viene a colmare un vuoto nel panorama della teoria e della tecnica, è che si tratta di un libro “parlato”.
Pochi istanti di lettura, e ci si trova avvolti dalla voce di Stefania Manfredi che racconta… E questo non solamente per chi, come me, ha avuto la fortuna di vivere in presa diretta per anni i seminari e le lezioni di Stefania Manfredi, ma — ne ho avuto molte conferme — anche per chi non ha avuto questa opportunità.
La seconda notazione riguarda l'estrema chiarezza di quanto viene proposto, unitamente a una grande vivacità: per cui, pur trattandosi di un libro volutamente privo di vignette cliniche, di continuo gemmano alla mente del lettore proprie esemplificazioni cliniche, tale è il contatto continuo dell'Autrice con la clinica e con l'esperienza concreta della stanza d'analisi, anche nel trattare teoria della tecnica.
L'Autrice, nell'introduzione, segnala che se il suo approccio è di tipo interattivo, non significa che viene disconosciuto tutto il patrimonio della psicoanalisi in termini di intrapsichico: e questa precisazione è ritrovabile in ogni capitolo.
Alcuni capitoli del libro vengono presentati dalla Autrice come derivanti dai propri precedenti articoli; ma ognuno di essi — anche per chi conosce approfonditamente i lavori dell'Autrice — ha un sapore nuovo, per la nuova angolatura con cui sono proposti. Il libro di Stefania Manfredi, nella successione dei vari capitoli, indica anche il personale percorso dell'Autrice, che consente di seguire lo sviluppo storico di molte tematiche centrali per la psicoanalisi. Ad esempio, per quanto riguarda l'interpretazione l'Autrice, partita dalla idealizzazione della funzione interpretativa “attiva” dell'analista, è poi transitata attraverso la centralità del funzionamento mentale dell'analista in seduta (e delle trasformazioni che compie la sua mente) sino alla valorizzazione del concetto di campo e delle capacità negative dell'analista in seduta.