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Con Emilio Servadio è scomparso a 90 anni l'ultimo degli psicoanalisti che fondarono la SPI nel 1932 e che la rifondarono nel 1945. Si deve alla sua longevità e di conseguenza al suo progressivo ritiro dalla scena psicoanalitica se i più giovani membri della Società non hanno avuto molte occasioni d'incontrarlo o di farsene un'immagine. Si deve invece al ruolo che egli ha avuto nelle tempestose vicende societarie degli ultimi anni, culminate nella formazione di una seconda compagine nazionale, l'AIPSI, se anche alcuni dei membri più anziani della SPI possono conservarne un'immagine non del tutto serena.
Sarà quindi difficile, in questo necrologio, separare il ritratto personale dello scomparso da quello della conduzione di tutta un'epoca — oltre 60 anni — durante la quale egli è stato un indiscusso protagonista della psicoanalisi italiana. Spero perciò che si vorrà considerare benevolmente il punto di vista personale di chi, avendo conosciuto Servadio all'inizio del lui dissenzienti, non potranno esimersi dall'affrontare.
Molte tappe della vita e dell'attività psicoanalitica proprio training e avendo avuto da allora frequenti occasioni di frequentarlo, si troverà ora a rievocare aspetti positivi accanto ad altri meno felici del suo percorso umano. Se non altro mi auguro che quel che segue possa avviare il processo di lutto che gli analisti italiani, sia quelli con Servadio consenzienti che quelli da di Servadio erano già state rievocate nel testo celebrativo che Gaddini gli dedicò su questa Rivista nel 1974 (vol. XX, pag. 5-13), in occasione del suo 70° compleanno. Il fascicolo “Le due Gradive”, curato nel 1982 da Piero e Anna Bellanova, riesumò dall'Archivio di Stato i documenti relativi agli anni della persecuzione fascista contro la psicoanalisi, che allora s'identificava tutta con i fondatori della SPI e quindi anche con Servadio. Il catalogo della mostra “L'Italia nella psicoanalisi” aggiunse nel 1989 qualche altro elemento, tra cui un cenno autobiografico di Ser