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Una quindicina di anni fa fui colpito dalla sorprendente utilità che ebbe un incidente imprevedibile che avvenne all'inizio di una seduta (vedi poi il caso 10): formalizzai la cosa come “rottura occasionale del setting” e ne parlai ad un incontro fra i Centri Veneto e Bolognese. È un argomento che poi continuai a tener d'occhio e colsi con favore i termini di interruzione (Flegenheimer 1983), più esauriente che non rottura, e di fortuito, che fa riferimento al criterio della casualità, mentre occasionale rimanda soltanto alla cadenza temporale. Nel corso del tempo, constatai che la maggioranza dei pochi autori che si occupavano di questo argomento, per lo più soltanto nella forma limitativa dei “contatti extra—analitici”, non facevano alcuna distinzione fra le interruzioni fortuite del setting e le sue infrazioni da parte sia degli analizzandi, sia degli psicoanalisti, talvolta consce e talvolta preconsce od inconsce. Dopo le distorsioni della regolarità del setting operate da Ferenczi (1928) e da Alexander (1935), il primo che sostenne la necessità di rotture intenzionali del setting fu Nacht (1963): “Alcune regole … possono dar luogo a seri inconvenienti: la puntigliosa regolarità delle ore e del numero di sedute o il rigido obbligo di pagamento degli onorari … possono essere trasformati in un vero e proprio rituale, che si