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Con “Uno spazio condiviso” alcuni colleghi milanesi ci propongono la loro esperienza di terapia di pazienti psicotici in una struttura intermedia. Il libro vuole essere una diretta testimonianza dell'impegno di équipe di un Servizio Psichiatrico territoriale della città di Milano. Gli autori affrontano complessi problemi legati all'intervento nel sociale, sorretti e ispirati da una formazione psicoanalitica. Sottolineo “sorretti e ispirati”, in quanto la psicoanalisi non è in questo caso una chiave forte di lettura e organizzazione del lavoro, ma piuttosto una cultura profondamente assimilata. Permette di muoversi in modo elastico e sfaccettato nell'espletare funzioni e realizzare progetti, innanzi tutto consapevoli dei limiti. Consente di sopravvivere a condizioni di lavoro estremamente penose e disperanti, e dunque assai provanti, in un luogo ove le difficoltà di applicare gli enunciati teorici è enorme e alla sofferenza di base si assommano difficoltà materiali e insofferenze ambientali. Un “fare”, in sostanza, quello prospettato da Anna Ferruta, Tebaldo Galli e Noè Loiacono, che è sì spronato dal “pensare” psicoanalitico, ma non saturato e determinato da esso, e neppure ornamentalmente e seduttivamente abbellito e blasonato da un'elegante e aristocratica visione.