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È un'annata in buona parte dedicata alla “personalizzazione” nella tecnica psicoanalitica. In numerosi articoli si opera una sorta di valorizzazione dell'identità personale nel lavoro psicoanalitico, sia del paziente che dell'analista, intendendola come fattore favorente sia la comprensione che la interpretazione psicoanalitica e quindi l'effetto terapeutico. Shengold infatti racconta come abbia fatto proprio il modello psicoanalitico freudiano attraverso l'insegnamento e la conoscenza personale di Trilling, suo maestro all'Università. Il tono è quello del racconto autobiografico, ricco di insegnamenti ed in cui si valorizza, sia dal punto di vista descrittivo che da quello del contenuto, il rapporto personale anche come metodo e come fonte d'apprendimento. Bader sostiene che l'uso dell'umorismo nell'analisi è un modo empatico di stabilire con il paziente un clima di libertà e di gioco “aperto al piacere”, che può favorire una maggiore partecipazione, rompendo l'equivalenza astinenza-indifferenza che ha spesso caratterizzato il rapporto infantile del paziente con genitori depressi o narcisisti. Meissner si interroga sul significato dei circa 40 autoritratti dipinti da Van Gogh; il pittore era stato chiamato Vincent come il fratellino nato morto un anno prima. Questo può far supporre che egli abbia cercato per tutta la vita di mantenere e costruire la propria identità cercandosi nello specchio e dipingendo numerosi autoritratti e l'autore si chiede se le immagini di sé dipinte da Van Gogh siano quelle disperate ed angosciate che egli vide da bambino negli occhi materni e propone quindi che esse abbiano per lui svolto una funzione di rassicurazione e di contenimento in presenza di un senso di identità continuamente minacciato di frantumazione. Spruiell, in un articolo di piacevole lettura e ricco di riferimenti culturali, scrive sulla parola “giusto” usata come difesa, come contatto, come resistenza e sulla funzione dell'analista di custode e difensore del linguaggio;