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Sapendo che Freud e Rolland si sono incontrati una sola volta, nel 1924, e che le lettere scambiate tra loro nell'arco di tredici anni sono meno di venti, non ci si aspetterebbe le oltre seicento pagine di questo volume, che sono però proporzionali al valore intellettuale e alla qualità affettiva del loro scambio e racchiudono il frutto del lavoro che gli autori hanno compiuto non solo per fornire il contesto storico, culturale e personale, le premesse e gli intermediari, ma anche per renderne lo spessore e la rilevanza teorica nell'opera di entrambi. Uno scambio la cui fecondità nasce proprio dalla combinazione di convergenze (comune natura di eroi romantici, comune modello in Goethe, presenza spinoziana sullo sfondo del loro dialogo) e divergenze (musicista e sedicente cristiano, Rolland era perplesso ed ambivalente riguardo a diverse idee della psicoanalisi, accentuando l'oceanico e il mistico e criticando Freud per l'aver trascurato il sentimento religioso) e che si sviluppa in un vero e proprio transfert. Un “transfert speculare (con l'alter ego), mediante lettere ed opere” - come lo definiscono i Vermorel - favorito dalla loro personalità di creatori, dalla loro “connivenza eroica” e da somiglianze nella loro storia infantile (un precoce lutto familiare): un processo con un inizio, uno svolgimento e culminante nella “Lettera aperta”, che ne segue la conclusione, e che ricollega questa prosecuzione dell'autoanalisi con Rolland a quella avviata con Fliess. Un transfert che trapela in alcune loro opere, che sono a tutti gli effetti parte integrante dell'epistolario, e attraverso il quale Freud affronta teoricamente il tema della femminilità primordiale, della madre originaria come oggetto primario