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È un privilegio e un onore avere quest'occasione per replicare al pregevole studio del dottor Brenner. Il dottor Brenner svolge da tempo la sua attività alla ribalta dell'arena psicoanalitica, offrendo un incentivo di primissimo ordine al pensiero e alla discussione nella psicoanalisi. Pur essendo un tradizionalista, una voce potente che enuncia i fondamentali dogmi freudiani, con la sua costante esigenza di porre il dato clinico alla base delle nostre conclusioni ha più volte esposto incoerenze ed errori, in molti casi inoltrandosi su terreno vergine. Come scrive Arnold Richards (1986), introducendo gli studi raccolti in onore del dottor Brenner: “La forza peculiare di Brenner sta nell'aver conservato la lingua dell'analisi classica, al tempo stesso indicando il modo in cui il significato dei concetti psicoanalitici debba evolversi se si vuole mantenere l'analisi all'altezza del suo compito di scienza della mente… Ed è forse questo il [suo] contributo maggiore, sia come teorico, sia come didatta: aver mostrato che i concetti dell'analisi classica non sono congelati nel passato, ma anzi sono strumenti flessibili del progresso clinico e concettuale. Brenner è un conservatore che crede nel progresso…” (pag. 2). La mia personale ammirazione per l'opera di Charlie Brenner, che è di vecchia data, si fonda