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In tempi di Prozac, protagonista televisivo non tanto nuovo di rinnovate attese millenaristiche, Petrella ci ripropone la sua idea nobile e colta di psichiatria: consiste in questo l'attualità e la provocazione di un libro che pure raccoglie scritti già pubblicati nel corso di un'avventura lunga ormai più di vent'anni. Essi sono qui disposti in bell'ordine ed aspirano ad una qualche completezza, come si può vedere dalla partizione del libro in sei grossi capitoli: Alle origini della psichiatria, La riflessione psicopatologica, L'esperienza alterata, Le istituzioni psichiatriche e la psicosi, La formazione, Terapia, psicoterapia. Segue, utile ed accurato, un Indice analitico. Tuttavia, per le stesse dimensioni, il volume si presta bene ad una lettura trasversale, in cui ognuno troverà la sua porta di entrata, seguirà un percorso di sua scelta, ed apprezzerà soprattutto la qualità del discorso.
C'è, in queste pagine, qualcosa come un Io narrante: per l'appunto quello psichiatra “colto” la cui presenza necessaria è stata richiamata ancora nell'Introduzione. Costui ha scoperto di avere in sé una passione clinica del vedere, ed ambisce ad una descrizione fedele dei “fatti” nei quali la malattia psichica deve manifestarsi, collocandosi così “nell'ordine del visibile e dell'evidente” (La lezione di psichiatria: da Kraepelin a de Lorde). Tale passione non era destinata a rimanere senza oggetto: la capacità osservativa di Kraepelin, ad esempio, lo portò a rintracciare un ordinamento nosografico che incredibilmente ha resistito fino ai giorni nostri. Kraepelin viene qui a rappresentare “in modo paradigmatico una componente perenne dell'atteggiamento psichiatrico, il momento dell'oggettivazione, con la quale anche lo psichiatra d'oggi deve fare i conti in modo consapevole”. Ma l'Io narrante di questo libro nasce piuttosto dalla crisi dell'osservatore ingenuo, quando scopre che il suo punto di vista contiene in realtà a sua insaputa “i dispositivi di organizzazione dello sguardo