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Insolitamente esile (presagio della decisione di concludere, “incompiuta”, l'esperienza della Nouvelle Revue?), ma non di minore interesse, il primo numero del 1993 è dedicato a La plainte (termine che deriva dal latino plangere: battere, percuotere, battersi il petto, e significa “lamento”, “lamentela”, ma anche “lagnanza”, “denuncia”), ricordando l'affermazione di Freud in Lutto e melanconia: “Le loro “lamentele” (Klagen) sono “lagnanze” (Anklagen), in accordo con l'antico significato della parola”. In che rapporto è la lamentela, che può assumere la forma di un sintomo, con la sofferenza, il lutto, la nostalgia? In che consiste il passaggio dal movimento della lamentela al movimento del transfert?
Gli articoli toccano diverse incarnazioni possibili della lamentela (una “voce spenta”, l'anoressia, l'addiction, etc.). Fra questi Glossodynie di Daubech che, attribuendo al dolore la funzione di “custode del lutto”, inquadra il sintomo della glossodinia nell'après coup di un lutto, considerandola espressione di una “lamentela” anteriore al linguaggio, arcaica. Scarfone (La plainte psychotique et sa modulation) propone invece una differenziazione tra lamentela nevrotica e psicotica sulla base della distinzione avanzata da Lyotard fra litige (lite) e différend (dissidio), individuando l'operazione difensiva della psicosi in una sorta di cortocircuito della lamentela, che l'analista dovrebbe rendere “ricevibile” modulandola e mantenendo aperto lo spazio del fantasma attraverso il riconoscimento del desiderio del paziente. André, in D'un inutile amour trop constante victime, sottolinea infine nella lamentela la perdita dell'oggetto, approfondendo la caratterizzazione “femminile” della lamentela (in Racine e Corneille) in relazione a prima e seconda teoria dell'angoscia freudiane.
Conformemente alla tradizione della Revue di proporre alla riflessione nozioni non rubricate ma anche riproporre questioni apparentemente scontate, il secondo numero “mette alla prova” un concetto