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Nella sua disamina del mio articolo la dottoressa Schwaber solleva una serie di punti interessanti, uno dei quali ha una profonda portata filosofica: come si può, in fondo, “sapere” alcunché? Altri quesiti toccano in modo più diretto l'ambito clinico: quale sia la natura degli elementi probanti che militano pro o contro una formulazione clinica; se l'esposizione non esaustiva di un caso clinico possa comunque essere utile come materiale illustrativo; che cosa sia, seppure esiste, l'invidia del pene.
Mi hanno fatto molto piacere i generosi apprezzamenti della dottoressa Schwaber circa il mio contributo alla materia. Spero quindi di essere perdonato se dirò che la mia reazione principale alla sua analisi è che quest'ultima abbia ben poco a che vedere con i punti essenziali del mio articolo. Il quale, come si vuole intendere fin dal titolo, verte sul modo in cui il concetto di malattia depressiva può essere modificato dalla mia opinione circa il ruolo dell'affetto depressivo nel produrre un conflitto con i desideri infantili sessuali e aggressivi: punto di vista espresso alcuni anni or sono nel volume intitolato The Mind in Conflict (Brenner 1982). Sono lieto che la Rivista abbia pubblicato la traduzione dell'articolo stesso nel numero che ospita la disamina della dottoressa Schwaber, e non riporterò qui