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Fare la cronaca di un congresso mondiale non è mai un'impresa agevole: ci si trova di fronte ad un corpo colossale, ad una grande Fiera Campionaria luccicante di attrattive e dispersa in mille stands. Una immensa kermesse brulicante di persone di lingue e culture diverse che solo in parte si conoscono e che, solo dopo lo smarrimento iniziale, tendono a formare sottogruppi che si aggregano per interessi (scientifici o politici), per affinità, condivisione di lingua, per disperazione. Come in una metropoli, si formano tante piccole comunità più omogenee ed in questo 39° congresso spiccavano, fra le altre, la comunità sudamericana numerosa e vivace (tantissimi i bravi e simpatici colleghi argentini), la potente e compassata comunità anglosassone, l'affascinante e sempre un pò misteriosa comunità giapponese. Numerosi anche i colleghi francesi molto presenti, sia nelle sessioni dei lavori individuali che come “presenters” e “panellists” nelle sessioni più allargate. Numerosi e discreti i colleghi tedeschi guidati dai più noti Thomä e Kächele e, infine, la nostra Little Italy, “little” non tanto per numero di partecipanti (una cinquantina i connazionali presenti), ma per numero di lavori presentati e per rappresentanza politica. Tutto era come ci si poteva aspettare da un congresso negli USA: grande, efficiente, ben organizzato e l'immenso