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Pubblicato quattro anni fa in Inghilterra è questo un libro che riapre l'interesse della sociologia per la psicoanalisi e, si spera, della stessa psicoanalisi per la dimensione sociale dei fenomeni psichici. Sebbene il campo esaminato dall'autore sia quello specifico della psicoanalisi inglese, tuttavia molti aspetti del suo lavoro hanno facile applicabilità in ambiti più vasti e anche lontani dallo scenario britannico.
Articolato in tre sezioni il libro si muove fondamentalmente nell'area psicoanalitica che ha ricevuto il più forte contributo dall'opera di Melanie Klein e, successivamente, ha finito per essere indicata come la scuola inglese di psicoanalisi. L'impiego sociale della psicoanalisi non ha avuto molta diffusione all'inizio (ma vale la pena ricordare gli sforzi pedagogici di A. Aichhorn, tra i tanti tentativi, o l'impiego pastorale di Oskar Pfister) anche perché scoraggiato dal pessimismo freudiano. La situazione non migliorò nelle condizioni culturali dominate dall'empirismo popperiano antipsicoanalitico e antimaterialistico. È stato invece l'apporto kleiniano e soprattutto lo sviluppo della teoria delle “relazioni oggettuali” che ha riaperto la prospettiva di un possibile impiego sociale della disciplina psicoanalitica.
Michael Rustin cerca un passaggio tra l'esaltazione dell'edonismo con occultamento delle basi inconsce della distruttività, da una parte, e il “compiacimento metafisico” per le “forze oscure” e l'esaltazione delle presunte caratteristiche sovversive dello schizoidismo, dall'altra. Egli trova questo passaggio nell'assunto di base kleiniano che l'uomo è un essere dalla natura fondamentalmente morale. In stretto collegamento con questo assunto, l'uomo è visto come un essere sociale che si costituisce grazie ad una interdipendenza primaria e continuativa con i suoi simili (pagg. 32, 33).
Naturalmente non sfugge a Rustin il problema che nel pensiero kleiniano è rappresentato dall'invidia, quando questa viene posta come un terminale non valicabi