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Si tratta del primo, fra i molti libri di questi Autori, e dei loro numerosi collaboratori, a trovare una traduzione italiana. Ed è bene, perché si tratta di un sunto di “circa
venti anni di lavoro comune” (pag. 13) che per la buona qualità dello scritto, chiaro e colto, mai banale, può dare evidenza allo stato di elaborazione progressivamente raggiunto. L'opera si colloca in una prospettiva intersoggettiva: “… la psiche singola si cristallizza all'interno di nessi relazionali intersoggettivi …”. Riguarda anche lo sviluppo dell'individuo nell'intersoggettività, ma è soprattutto centrato sulla questione tecnica di promuovere nel processo analitico un atteggiamento epistemologico non oggettivante che, nel riconoscere la soggettività, sia del paziente che dell'analista, eviti di considerare la prospettiva dell'analista più vera e reale di quella del paziente.
Il primo capitolo prende in esame “il mito della mente isolata” e i suoi obiettivi di diniego della vulnerabilità inerente l'esistenza umana, seguendone le tracce anche in quegli Autori (Schafer, Kohut, Mitchell, etc.) che pure proponevano radicali revisioni dei modelli imperanti. Il punto di vista degli Autori è che l'“idolatria della mente isolata”, come obiettivo dello sviluppo e di una psicoanalisi riuscita, vada sostituita dal riconoscimento che la sintonizzazione convalidante da parte dell'ambiente di accudimento è indispensabile complemento dei principi organizzatori dell'esperienza propri del soggetto. In assenza di questa risposta ambientale, diventa impossibile il percorso verso la coscienza dell'inconscio primigenio (“inconscio preriflessivo”, pag. 40) e altri stati affettivi finiscono esclusi dalla coscienza (“inconscio dinamico”, pag. 41) perché, invece di suscitare risposte positive da parte dell'ambiente, risultano sgraditi o anche dannosi.
Da questa prospettiva, gli Autori rivisitano alcuni punti cruciali dello sviluppo e del processo analitico, quest'ultimo esplicitamente inteso come una nuova occ