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Il titolo originale di questo importante libro di Geertz è After the Facts. Mentre bisogna lodare l'editore italiano per avere pubblicato l'ottima traduzione italiana pressoché in contemporaneità con la edizione originale, bisogna dispiacersi che la traduzione del titolo abbia un po' tolto di ambiguità. Come scrive lo stesso Geertz alla fine del volume, “after the fact è un doppio gioco di parole, due torsioni tropologiche su un significato letterale. A livello letterale, esso significa ricercare i fatti […]. Con la prima torsione, esso significa interpretazione ex post, il modo principale (forse l'unico) con cui si può trattare i tipi di fenomeni primavissuti/dopocompresi di cui gli antropologi sono condannati ad occuparsi. Con la seconda torsione […] esso significa la critica postpositivista del realismo empirico, l'abbandono delle teorie della conoscenza e della verità in chiave di semplice corrispondenza […]. Una ricerca così indefinita, in mezzo a popoli tanto vari, in tempi così diversi non dà certo molta sicurezza o un senso di completezza, e neppure la sensazione di sapere precisamente a che cosa date la caccia. Ma è un modo eccellente, interessante, disorientante, utile e divertente di passare una vita” (pag. 200).
Basterebbe questa citazione per fare comprendere l'interesse che questo libro di Geertz ha anche per chi fa il mestiere dell'analista. Ma l'interesse è assai maggiore: Geertz utilizza in Oltre i fatti la sua quarantennale conoscenza di due città (Pare, in Indonesia, e Sefrou in Marocco), delle loro trasformazioni, delle trasformazioni del suo modo di conoscere, delle trasformazioni dell'“ambiente” circostante, per problematizzare progressivamente lo stato dell'arte antropologica, per sostenere che gli antropologi “non fanno altro che costruire sistemi di discorso, strutture di rappresentazioni” (pag. 27). Oltre i fatti, si potrebbe dire, inizia lo spazio dell'après-coup. Ma questo spazio non è meno problematico per il fatto di essere consapevole d