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Le questioni che intendo affrontare in questo scritto implicano e convocano in ipotesi esplicativa quella che potremmo definire una felice ambiguità freudiana, ritornante e irrisolta, a proposito del cruciale argomento del rapporto tra psicoanalisi e mondo della scienza. Uso questa formulazione un po' prolissa, al posto di quella più consueta, semplice ed apparentemente sinonimica: “scientificità della psicoanalisi”, per indicare come il problema non fosse per Freud esclusivamente teoricoepistemologico, ma - lo si è detto da più parti e con enfasi perfino eccessiva - anche pratico-politico; ed anzi, trattandosi appunto della “sua” psicoanalisi, infine del tutto personale e, per così dire, esistenziale. Un'ambiguità felice e fondante - possiamo aggiungere - se in essa vogliamo riconoscere un vettore costitutivo della originalissima specificità dell'elaborazione teorica freudiana, fatta certo di ordinate articolazioni e sequenze argomentative, ma anche di salti bruschi, di connessioni fantasiose, di ipotesi improbabili, che continuamente sfumano e al tempo stesso rendono più complesso il discorso, imponendo riaperture e problematizzazioni ancora oggi vivaci ed attuali. Mi riferisco qui all'introduzione - si potrebbe dire: all'intrusione - all'interno dell'edificio teorico freudiano, dal suo “progetto” alla sua