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Una delle acquisizioni più interessanti della psicologia e della psicoanalisi di questi ultimi anni è stata la possibilità di studiare lo sviluppo della mente infantile e costruire dei modelli sulla base della osservazione infantile, della sperimentazione sulla coppia madre/ bambino e sulle tappe evolutive delle funzioni cognitive e affettive di quest'ultimo e, infine, del lavoro clinico con pazienti adulti e bambini nel presupposto che esista un “relativo isomorfismo” tra i processi mentali (comportamentali, preverbali e affidati alla narrazione) che sottendono la relazione madre/bambino (che tuttavia non esclude la presenza del padre, che è anzi presente nella mente della madre come padre immaginario: vedi Mancia 1993 e Kristeva 1992) e quelli che si attivano nella relazione tra paziente e analista. È in questa relazione infatti che il transfert gioca il suo ruolo fondamentale, non soltanto perché riattualizza ciò che è passato attraverso una ritrascrizione della memoria e una riattribuzione di significato alla passata esperienza, concetto questo presentato da Freud nel 1914 con il termine di Nachträglichkeit, ma anche perché permette al paziente di proiettare nella figura dell'analista le dinamiche dei suoi oggetti interni e le difese, fantasie e rappresentazioni che hanno caratterizzato l'organizzazione della sua personalità