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Mi accingo a recensire questo libro con l'impressione di non essere il lettore più adatto a farlo. Sono tali i pensieri “paraonirici” da esso suscitati che è lecito il dubbio di essere stato catturato da alcuni elementi fascinatori di un testo molto ben scritto, ricco di acute osservazioni e convincente nelle esemplificazioni cliniche e letterarie. Si vede che l'argomento è stato a lungo studiato e pensato. E per di più trasfuso nella prosodia di alcune pagine, che finiscono per essere “un ispirato e coerente commento”, riccamente evocativo della bella voce di un narratore e “strumento di comunicazione a un tempo elementare e sofisticato, primordiale ed evoluto”.
Nell'introduzione gli autori passano in rassegna una bibliografia non facile da consultare, dal momento che il tema è disperso in opere di argomenti limitrofi. Freud, in Psicologia delle masse e analisi dell'Io , parla per la prima volta di “Faszination”, quale manifestazione estrema dell'innamoramento, per cui l'Io diventa “più umile” al confronto con un oggetto “sempre più magnifico e prezioso”. In questa soggezione amorosa l'oggetto, investito di libido narcisistica, sostituisce l'Ideale dell'Io. Contrariamente a quanto accade nella identificazione, che arricchisce l'Io, basata com'è su un'esperienza di riacquisizione interiore dell'oggetto perduto, “l'idealizzazione” amorosa comporta un impoverimento dell'Io, mentre l'oggetto è sovrainvestito.
Di pochi anni dopo è il lavoro di Sigfrid Bernfeld “Ueber Faszination” , dove viene descritto un processo che porta il lattante dalla “inibizione della spinta all'impossessamento” ad uno “sprofondamento nell'oggetto”. In altre parole l'Io si modificherebbe a immagine e somiglianza di que st'ultimo. Bernfeld sembra anticipare, sottolineano Melandri e Secchi, la descrizione dei fenomeni “imitativi”, fatta nel 1968 da E. Gaddini.
Nel capitolo I, su “La Fenomenica della Fascinazione”, vengono descritte manifestazioni fascinatorie in “testi clinici” e “testi non clinici”.