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“Con questo numero termina l'avventura della Revue internationale d'histoire de la psychanalyse cominciata cinque anni fa. […] L'indifferenza, per non dire il rifiuto, che gli psicoanalisti ancora oppongono a ciò che pretende di trattare del loro passato è un fenomeno di una profondità che mi sembra inquietante per lo stesso avvenire della psicoanalisi. Un albero le cui radici sono trascurate non può tenere a lungo”. È con questa amara considerazione che Alain de Mijolla comunica la chiusura della rivista al suo sesto anno di pubblicazioni, in un volume che significativamente è dedicato, fra l'altro, al tema “Psychanalyse et histoire: questions d'épistémologie”.
Più contributi mettono in evidenza convergenze e differenze fra storia e psicoanalisi: per de Mijolla- Mellor, benché l'autostoricizzazione in psicoanalisi rientri in un procedimento diverso rispetto a quello dello storico, il riferimento alla Storia ossessiona il testo freudiano e forse, a sua insaputa, ogni riflessione psicoanalitica; per Dosse, storico, le analogie tra lavoro storico e psicoanalitico possono essere fruttuose, se sono tenuti presenti i limiti ed evitata una rischiosa trasposizione di concetti; Merendino segnala che la psicoanalisi è una scienza storica, che tuttavia nello studio del materiale documentario ricerca il lavoro del pensiero. Per Mezan occorre distinguere la storia delle idee e delle pratiche psicoanalitiche dalla storia del movimento psicoanalitico e dalla formazione di differenti scuole di psicoanalisi, mentre Bertrand ritiene che la ricostruzione nella cura psicoanalitica sia chiarita dalla narratività propria della storia, per la quale la forma passata è il modo specifico di distanziamento/ oggettivazione. Roazen ritorna su Victor Tausk per ribadire come il racconto storico sia necessario proprio per comprendere le tragedie psicoanalitiche. De Mijolla mette in risalto la contraddizione di Freud che, sempre pronto a considerare degna di interesse psico-analitico ogni biografia