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Se la psicoanalisi è una delle tre “professioni impossibili”, non sarà forse il caso di ricordare che anche un'altra fra queste, la politica, ha avuto i suoi problemi con la “neutralità”? Dopo tutti gli integralismi di questo secolo, nella filosofia politica di oggi c'è di nuovo molto interesse per uno stato che tenga bene al centro della sua costituzione l'ideale della neutralità; che non si proponga perciò di promuovere “alcuna concezione particolare della vita buona per via della sua presunta superiorità intrinseca”, ma voglia invece assicurare una procedura, e con questa la possibilità di raggiungere un accordo fra individui che la concepiscono diversamente(1). È un ideale di origine illuministica, molto contestato in epoca romantica e gravemente sottovalutato nel marxismo, ideale che dà per scontate la pluralità dei valori e la diversità degli individui. Si capisce che, dal punto di vista di chi vede il pluralismo dei valori come un male, la rottura in frammenti di una unità primigenia(2), anche la neutralità possa essere un male. Peraltro questa procedura non è affatto neutrale rispetto al risultato, perché alcuni modi di vivere ne sarannno privilegiati ed altri - per esempio quelli fondati su vincoli di gruppo rigidi ed esclusivi, piuttosto che su responsabilità individuali - ne saranno invece scoraggiati.
Sembra difficile negare che nella costituzione, per così dire, della situazione analitica Freud ci abbia lasciato fra l'altro anche questa eredità, riaffermata allora con forza soprattutto nella sua polemica antijunghiana. Nei confronti del paziente, scriveva in Vie della terapia psicoanalitica , noi “non cerchiamo né di formare per lui il suo destino, né di inculcargli il nostro ideale, né di modellarlo secondo la nostra immagine con l'orgoglio di un creatore”. Posizione conoscitiva ed etica nello stesso tempo, che non ha mai implicato un'assenza della persona dell'analista ma un suo modo molto specifico di essere a disposizione. Si può parlare di “rispetto