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In questo libro Isay, con linguaggio semplice e comprensibile a tutti e non solo agli addetti ai lavori, tratta dell'omosessualità senza collocarla all'interno di sindromi o strutture mentali (tipo nevrotico, borderline o psicotico) e senza descrivere e richiamarsi alle teorie psicoanalitiche che se ne sono occupate. Il suo lavoro, scritto per diventare popolare presso un pubblico più vasto, rispetto a quello degli psicoanalisti o degli psicoterapeuti, è stato infatti accolto con molto favore dai movimenti gay anche nel nostro paese.
Le tesi proposte, lineari e facili da assimilare, non possono essere comprese se non richiamandoci alla battaglia condotta dall'Autore, coronata da successo, per cui l'American Psychoanalytical Association accetta ora nelle sue fila analisti omosessuali, attribuendo loro anche una funzione così delicata come quella del training.
Sollevo il problema del rapporto tra la militanza (l'autore è anche vicepresidente della National Lesbian and Gay Health Foundation) e l'atteggiamento scientifico, perché l'orientamento ideale che sostiene l'adesione al movimento omosessuale da parte di Isay mi è parso prevalere rispetto all'attenzione verso la teoria e la ricerca psicoanalitica.
Le tesi più importanti del libro sono le seguenti: 1) L'omosessualità è costituzionale. 2) Il bambino omosessuale sviluppa fantasie erotiche nei confronti del padre, che diventano coscienti nel corso dell'analisi. Il rigetto da parte del padre del legame omoerotico del bambino determina nell'omosessuale una distorsione della figura paterna che apparirà nel ricordo dell'età adulta come distante, fredda e rifiutante. Questo rifiuto starebbe alla base del senso personale di omofobia del paziente omosessuale. La colpa e la vergogna avrebbero cancellato queste primitive e precoci esperienze omoerotiche, che si riattivano nel corso dell'analisi, nel rapporto coll'analista. 3) La terapia psicoanalitica dovrebbe essere orientata all'esplorazione, libera da preconcetti, della dispo