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Ci sono tanti modi per affrontare l'esperienza delirante. L'Autore ha scelto di considerare il delirio non solo come struttura psicopatologica psicotica, che suscita maggiormente l'impressione di alienazione e di incomprensibilità, e ha cercato di evidenziarlo in una vasta gamma di stati patologici e in quei momenti della vita quotidiana in cui compaiono comunicazioni che possono essere anche definite, per le loro qualità di fissità ed intensità, “quasi deliri”.
L'Autore, in questo modo, fa un tentativo per collegare l'analisi di un'esperienza delirante, fatta da Freud su una produzione letteraria, le memorie del presidente Schreber, l'analisi delle strutture psicotiche che ci troviamo ad affrontare nella pratica clinica e quella infine, più frequente di quanto non si pensasse un tempo, dei “quasi deliri” in pazienti non appartenenti all'area della patologia grave. Se in passato ci sono stati tentativi di ricercare le connessioni tra stati patologici e non patologici, ad esempio il genio e la follia, tali tentativi si sono svolti generalmente ad un livello astratto; l'Autore invece si propone in maniera più concreta di considerare il rapporto tra il quotidiano e il delirio.
Di particolare interesse il concetto di invidia maligna, di cui rintraccia la presenza in un'estesa gamma di manifestazioni, che vanno da quelle presenti nella quotidianità a quelle più francamente patologiche, che portano a distruggere l'oggetto di invidia, e che, differenziandosi dalle considerazioni kleiniane legate alla costituzionalità dell'istinto distruttivo, considera come difesa dall'utilizzazione delle parti buone e non aggressive del Sé, così come è stato proposto da Joffe (International Journal of Psycho-Analysis, 1969). Con il termine “quasi deliri”, l'Autore intende quindi un nucleo primitivo e irrazionale, residuo del funzionamento mentale primitivo, presente in ognuno di noi durante tutta la vita, anche se appare maggiormente nei momenti di crisi, che contiene desideri di onnipotenz