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Come del volume precedente bisogna vedere la metà piena e la metà vuota. La metà (o più) piena consiste nell'intento di richiamare la “dimensione umana” e le ragioni della soggettività in una psichiatra afflitta, nei due decenni precedenti, da un ricorso troppo esclusivo all'approccio empirico e quantitativo. Al contrario di quel che dice Callieri nella sua bella prefazione, non è infatti l'importanza assunta dalle neuroscienze che ha segnato il riduttivismo della recente psichiatria, ma il primato dell'approccio empirico e quantitativo, cosiddetto scientifico, per cui nulla può essere vero se non è certificato da processi codificati secondo un metodo operazionale e statistico; ma queste procedure, pur utili ed indispensabili riguardo ad obiettivi definiti, nulla dicono della complessità dell'animo umano e della relazione terapeutica, come già dolorosamente cominciano a riconoscere, nel corso di quest'ultimo decennio, i più raffinati fra i ferventi sostenitori di questo approccio.
Ma il merito del libro non sta solo nell'assunto “politico” che lo muove, ma nella qualità dei dodici scritti che affrontano diversi percorsi psicopatologici. Una conoscenza rigorosa dei pazienti, la “passione per l'esistenza” che la anima, una raffinata competenza della letteratura.
Eppure, perché non c'è il minimo