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“La lattaia” (1658-1660, ca) è un dipinto di Johannes Vermeer, un quadro di piccole dimensioni che ha goduto sempre di fama e fortuna; ritrae, in una stanza umile, una donna corposa dall'aspetto semplice nell'atto di versare del latte da un recipiente ad un altro. La prospettiva dal basso, che la rende imponente, la luce che entrando dalla finestra illumina un corpetto giallo—oro e un copricapo bianco, stagliando contro la parete di fondo una figura massiccia e solare, le linee prospettiche che sottolineano il gesto del versare, uno scaldino nell'angolo del pavimento, concorrono a dare a questa lattaia sola in cucina — soggetto unico nell'arte olandese — “un carattere iconico senza precedenti” come dice Weelock (1995), una sensazione di eternità.
Mentre la guardavo e mi era difficile staccarmi dal quadro in risonanza con questo gesto di un versare senza tempo, mi ha attraversato la mente il pensiero che la genialità del dipinto consistesse in quello che il pittore era riuscito a non mettere nella sua opera. Ho ripensato alle definizioni di Leonardo della pittura e della scultura che Freud (1904, 434) sintetizza rispettivamente in “per via di porre” e “per via di levare”, utilizzandole come metafore rispettivamente della suggestione e della psicoanalisi.
Nel pittore di Delft il “porre” apparirebbe in verità assai riduttivo nel definire la sua arte; quanto infatti egli “leva” dalla tela finisce per essere altrettanto determinante di quanto troviamo in essa “posto”. Ancor di più, anzi, per alcuni aspetti è proprio il “levare” che sancisce la differenza tra Vermeer ed i suoi contemporanei, mentre potremmo dire che il “porre” ne segna la continuità.
Se infatti i temi trattati possono essere ascritti ai quadri di genere