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Sospetto che l'invito a partecipare con un saggio a questo volume sia dovuto alla mole pura e semplice delle mie pubblicazioni psicoanalitiche. Ho avuto la fortuna di acquisire le mie qualifiche di psicoanalista in età relativamente precoce, e quindi ho potuto praticare il mestiere della scrittura di psicoanalisi per quattro decenni pieni. Alla mia carriera si potrebbe applicare il bon mot con cui un tempo si usava ironizzare su Edward Gibbon: “ancora lì a scribacchiare…”. Quante pagine ho pubblicato? (Quanti alberi ho fatto abbattere?). Non ne ho tenuto il conto, ma ho il sospetto che fra i colleghi ancora viventi nessuno si sia reso colpevole di altrettanta loquacità. Non tocca a me affermare che la mia produzione è ponderosa, ma di certo essa occupa sugli scaffali uno spazio che eccede la quota di mia spettanza. Di conseguenza mi sento autorizzato ad affrontare il nostro tema da un punto d'osservazione quanto mai personale.
Non c'è cosa che mi faccia infuriare più delle osservazioni di certi detrattori i quali liquidano il mio contributo perché, a loro parere,