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L'Autore considera secondo una prospettiva moderna l'analisi di prova e i problemi dell'analizzabilità, sulla quale ritiene abbia avuto un impatto negativo la ricerca del “paziente ideale” e una certa idealizzazione della tecnica analitica. A questo proposito mette a confronto due concetti: quello di “parametro” di Eissler (1953), considerato una deviazione dalla tecnica ideale che richiede l'interpretazione come suo strumento esclusivo, e quello, più realistico, di “modificazione” di L. Stone (1954), considerata necessaria ogni qualvolta si debba facilitare un transfert positivo per affrontare l'inevitabile transfert ostile.
Ripropone quindi l'analisi di prova sulla base di alcune condizioni. Anzitutto la convinzione dell'analista, messa secondo lui in dubbio, più frequentemente di quanto appaia, da fattori consci e inconsci, che l'analisi sia il trattamento elettivo per la vasta maggioranza dei pazienti adulti che presentano ansia, affetti depressivi, inibizioni, insoddisfazioni per la loro esistenza. In secondo luogo l'opportunità di considerare le obiezioni dei pazienti all'analisi come resistenze transferali che non si può pretendere che vengano abbandonati precocemente dal paziente. Solo se l'analista accetta il modo del paziente di capire le cose lo può comprendere e quindi lo può aiutare a rivedere le sue versioni della realtà.
Secondo l'Autore, la non accettazione da parte dell'analista di queste obiezioni o la sua tendenza ad attuare una diagnosi di non analizzabilità troppo precocemente sono agiti controtransferali. Propone di conseguenza di considerare sia questi agiti che le resistenze transferali dei pazienti dati dell'esperienza transfert-controtransfert dal punto di vista della teoria della formazione di compromesso, da affrontare quindi secondo la tecnica analitica.
Date queste premesse, l'Autore ritiene che la tecnica corretta per valutare l'analizzabilità, quando ci sono dei dubbi, sia un'analisi di prova, che può durare anche sei mesi o un anno e ch